Il dottor Veress sembra che non sapesse come si chiamava esattamente, poiché si firmava indifferentemente Verres e Veress.
In verità l’ago, che tutti chiamiamo col suo nome, è l’ago creato da Goetze, ed ha la particolarità di consentire, all’inizio dell’intervento, l’attraversamento, con una certa sicurezza, dei piani parietali fino dentro alla cavità peritoneale, riducendo il rischio di ledere, proseguendo incautamente la corsa, i visceri sottostanti, in essa contenuti.Ago di Veress
Infatti, dopo che sono stati attraversati tutti gli strati della parete addominale, nello spazio libero interno compreso tra le superfici della parete e dei visceri, scatta, in testa d’ago, una protezione di sicurezza a molla, che ottura la parte tagliente dell’ago.
Introdotto quindi l’ago nella cavità addominale, si procede all’insufflazione d’anidride carbonica per creare il pneumoperitoneo.
L’impiego dell’ago richiede una certa manualità e determinazione; molti Chirurghi preferiscono posizionare il primo trocar sotto controllo visivo, eseguendo una piccola incisione in prossimità dell’ombelico, condotta attraverso tutti i piani della parete addominale e non usare l’ago, con l’intento di ridurre ulteriormente la piccola quota di rischio correlata al suo impiego: questa manovra si denomina “open laparoscopy”.
E’ una leggenda quella dei Chirurghi americani, che non possono adottare l’ago di Veress nel corso della loro pratica professionale, perché impediti da restrizioni, imposte dalle assicurazioni professionali, sensibilizzate dai numerosi incidenti provocati dall’ago.

E’ certo che l’introduzione dell’ago di Veress è una manovra gravata da una quota di rischio, ma è anche vero che proprio i chirurghi bariatici (che sono specialisti nel trattamento dei Pazienti grandi obesi), dove il rischio correlato all’introduzione dell’ago è maggiore per il grande spessore del pannicolo adiposo sottocutaneo, per motivi squisitamente tecnici non possono che usare il Veress nell’induzione del pneumoperitoneo.

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